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macerie terremoto Aquila 2009

L’Aquila, a 5 anni dal sisma ancora rischio amianto

A cinque anni dal terremoto che scosse L’Aquila e l’Abruzzo, provocando 309 vittime, 1500 feriti e oltre 10 miliardi di danni, al problema della mancata ricostruzione si aggiunge quello dell’amianto. La notte del 6 aprile 2009 infatti, decine di palazzi si sono sbriciolati o lesionati; tante costruzioni, soprattutto nei quartieri periferici costruiti tra gli anni 70 e 80, contenevano amianto, materiale largamente impiegato nel settore edilizio fino alla messa al bando nel 1992.

Com’è ormai noto, il pericolo dell’amianto sorge quando c’è aerodispersione, cioè dispersione delle fibre di amianto nell’aria, perché può comportare un rischio cancerogeno. La dispersione delle fibre in aria può verificarsi sia in caso di degrado dovuto all’incuria, sia in caso di eventi improvvisi e violenti come un terremoto.

A lanciare l’allarme amianto fu, già nel 2011, il professor Mario Di Gioacchino, docente presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Chieti, durante un convegno dell’Inail dedicato ai tumori di origine professionale. Quando ci si trova in presenza di eventi importanti da un punto di vista fisico o ambientale, come può essere un bombardamento o un terremoto, aveva spiegato Di Gioacchino, le fibre d’amianto contenute negli edifici si diffondono nell’ambiente e possono dar luogo a malattie asbesto-correlate nella popolazione. Secondo il docente infatti, i primi problemi di natura tumorale tra la popolazione colpita dal terremoto potrebbero verificarsi tra una ventina d’anni, motivo per cui sarà fondamentale lavorare sulle diagnosi precoci. Una situazione grave, quella dell’Aquila, dove moltissimo amianto sarebbe tutt’ora sparso su tutta la città.

A confermare la presenza di amianto nelle macerie fu, il 15 maggio 2009, la stessa Provincia dell’Aquila che aveva stilato le linee guida per la movimentazione degli inerti. Per almeno un mese dopo il sisma però diverse tonnellate di macerie contenenti anche amianto furono stoccate dietro la tendopoli di Piazza d’Armi e proprio gli scarti derivati dalla triturazione dei calcinacci avrebbero dovuto costituire le piattaforme su cui installare le tendopoli.

Di sicuro, a respirare la polvere delle macerie sono stati anche i soccorritori e i volontari che per giorni hanno lavorato tra le macerie di ciò che restava degli edifici, ma anche giornalisti e fotografi che hanno seguito le fasi immediatamente successive al terremoto.

Oggi i resti degli edifici dell’Aquila crollati cinque anni fa si presentano ancora come una massa di materiale accumulato su un lato della cava di Pontignone, in attesa di essere ulteriormente puliti, triturati e trattati da una potente macchina capace di trasformare in sabbia finissima anche dei macigni.

E mentre l’Aquila deve ancora risanare le ferite del terremoto e quelle della mancanza delle Istituzioni, resta alto l’allarme amianto. Una lezione importante, quella del capoluogo abruzzese: in un Paese come l’Italia, ad elevato rischio sismico, dovrebbe esserci una manutenzione e una bonifica di tutti quei fabbricati potenzialmente pericolosi per la salute dell’uomo perché il rischio amianto sorge proprio quando c’è dispersione delle fibre nell’aria, sia per l’incuria, sia in caso di eventi improvvisi e violenti come appunto i terremoti.