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Dopo cinque anni il caso Eternit arriva in Cassazione

A meno di cinque anni dal giorno in cui a Torino iniziò quello che viene considerato il più imponente processo mai celebrato per reati ambientali legati a lavorazioni industriali, il caso Eternit arriva in Cassazione. Sono 220 mila le pagine di documenti prodotti dall’inchiesta della procura della Repubblica guidata dal magistrato Raffaele Guariniello, che incriminano il barone belga Louis de Cartier de Merchienne e il magnate svizzero Stephan Schmidheiny, accusati di disastro doloso ambientale permanente, da cui sono derivate migliaia di casi di malattia e morte per patologie asbesto-correlate, tra le quali il mesotelioma pleurico, tra i lavoratori dei quattro stabilimenti italiani della multinazionale elvetico-belga e tra i cittadini di Casale Monferrato e Cavagnolo (Torino), Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli).  

L’accusa di disastro ambientale doloso

L’accusa di disastro ambientale doloso è maturata in oltre quarant’anni di ricostruzioni di alcuni sindacalisti, medici, avvocati e familiari delle vittime di Casale Monferrato, e si è poi sviluppata e irrobustita giudiziariamente grazie alle indagini del procuratore aggiunto di Torino, Raffaele Guariniello. Secondo le ricostruzioni del Procuratore, finora confermate dal Tribunale e dalla Corte d’appello, Schmidheiny e i vertici del colosso Eternit sapevano, almeno dagli anni Settanta, che l’amianto provocava malattie mortali e che quelle polveri avvelenavano l’ambienti, ma hanno scelto consapevolmente di proseguire nelle lavorazioni nocive avviando anche una campagna di controinformazione.

Caso Eternit ultimo atto?

Oggi ci si aspetta la conclusione del complesso iter giudiziario già contrassegnato dalla sentenza di primo grado che condannò a sedici anni di reclusione ciascuno e dalla sentenza d’Appello, che incrementò la pena a diciotto anni per Schmidheiny, rimasto l’unico imputato dopo il decesso dell’ultranovantenne Louis de Cartier.  Ed è proprio questa seconda sentenza, pronunciata a giugno 2013, quella impugnata dai difensori di Schmidheiny, che ne chiedono l’annullamento.  Secondo i legali di Schmidheiny infatti, la Corte d’Appello avrebbe deciso con pregiudizio, influenzata dalle pressioni scaturite dalla portata politico-sociale del processo.  

È presto per dire se quello di oggi sarà l’ultimo atto, ma sono in tanti ad aspettarsi la scrittura di una pagina storica. Schmidheiny quasi certamente non sarà in aula, nonostante la richiesta ad incontrarlo dell’ Afeva, l’Associazione famigliari e vittime dell’amianto, ma a sentire la pronuncia in diretta nell’aula magna della Cassazione ci saranno, oltre agli abitanti di Casale Monferrato, delegazioni da tutta Italia e da molte parti del mondo: Brasile, Argentina, Usa, Giappone, Francia, Belgio, Spagna, Svizzera, Olanda, Inghilterra.  Sarà presente anche Luciano Lima Leivas, magistrato brasiliano del pool della procura federale del lavoro in visita in Italia proprio per incontrare il procuratore Guariniello. Quella di oggi potrebbe essere insomma una sentenza storica e un precedente anche per quei Paesi, tanti, dove l’amianto è ancora estratto, lavorato e commercializzato.