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Amianto nella fabbrica Pirelli

Amianto nella fabbrica Pirelli

La sentenza emessa dal Tribunale di Milano nella giornata di mercoledì 15 luglio è stata definitiva: undici ex dirigenti Pirelli, dello stabilimento Bicocca, sono stati accusati di omicidio colposo per la morte di 24 operai, causata dall’esposizione all’amianto tra gli anni ’70 e ’80.

La sentenza del Tribunale di Milano

Il verdetto esposto dal Tribunale di Milano contro gli 11 dirigenti accusati di omicidio ha fatto esultare non solo alcuni parenti delle vittime, ma anche esponenti di Medicina Democratica e dell’Associazione Italiana Esposti Amianto, costituitesi parti civili nel processo: gli undici ex manager e il responsabile civile Pirelli dovranno pagare una cospicua quota per risarcimento danni. In particolare:

  • 200 mila euro ai parenti di una delle vittime;
  • 300 mila euro all’Inail;
  • 20 mila euro a Medicina Democratica e all’Associazione Italiana Esposti Amianto.

Oltre a dover risarcire le parti civili, per un totale di 520 mila euro, i condannati e tutti membri del CdA dell’azienda tra il 1979 e il 1989, dovranno scontare dai 3 anni ai 7 anni e 8 mesi di carcere per omicidio colposo. Tra i condannati spicca anche il nome di Guido Veronesi, fratello dell’oncologo ed ex ministro Umberto Veronesi, condannato a 6 anni e 8 mesi. 

Imprudenza e negligenza sul lavoro

L’accusa è stata quella di aver agito con imprudenza e negligenza, violando la normativa di sicurezza sul  lavoro e causando la morte di vittime affette da mesotelioma pleurico o altre forme tumorali causate dall’inalazione costante di fibre di amianto.

Sembra infatti che gli operai rimanessero esposti per tutta la giornata all’amianto presente nel talco, negli scambiatori di calore e nelle postazioni di lavoro, senza alcuna forma di protezione. Secondo il pm Ascione, dai dati rilevati nei fascicoli dello stabilimento, risulta chiaro come la Pirelli fosse a conoscenza della questione amianto

I legali difensori della Pirelli hanno dichiarato che faranno ricorso in appello, perché convinti “della correttezza di operato” dei loro assistiti.