Il blog di riferimento sull'Amianto

Amianto-la-Svizzera-decide-sul-ricorso-alla-Grande-Camera

Amianto: la Svizzera decide sul ricorso alla Grande Camera

L’Istituto nazionale svizzero di assicurazione contro gli infortuni, la SUVA, auspica che la Confederazione Svizzera ricorra contro la sentenza emessa in marzo dalla Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo sull'indennizzo delle vittime dell'amianto.

L'11 marzo scorso la corte di Strasburgo ha dato ragione alla vedova e alle due figlie di un operaio morto per amianto. Secondo la Corte Europea infatti, rifiutando la concessione di un indennizzo per avvenuta prescrizione, Berna avrebbe violato il diritto ad un processo equo.

La Confederazione, attraverso l'Ufficio federale di giustizia (UFG), ha tre mesi di tempo, a partire dall’emissione della sentenza, per decidere sull'eventuale ricorso alla Grande Camera della Corte di Strasburgo, che si occupa dei casi più complessi. Già a metà aprile, dopo una consultazione tra UFG e SUVA, l’auspicio era quello di un riesame da parte della Corte Europea.

L'Istituto nazionale svizzero di assicurazione contro gli infortuni, ha spiegato Franz Erni, capo della divisione giuridica della SUVA, è stato creato affinché i datori di lavoro rispettino le loro responsabilità nei confronti dei dipendenti senza prescrizione. Inoltre, ha aggiunto, le vittime dell'amianto affiliate alla SUVA e, in caso di decesso del congiunto, i familiari, ricevono un aiuto finanziario. Ad oggi la SUVA ha infatti accordato 750 milioni di franchi a circa 1800 morti per amianto.

Per la Corte Europea, i pericoli di questa fibra erano già noti negli anni '70 e la SUVA, presso la quale l'uomo deceduto di cancro nel 2005 era assicurato, avrebbe dovuto saperlo. All'epoca però, ha sottolineato Erni, non vi era un consenso scientifico sulla nocività dell'amianto, inoltre non è la SUVA ad avere il potere di vietare una sostanza, ma il Consiglio federale.

L'operaio in questione aveva lavorato tra il 1966 e il 1978 negli stabilimenti della Maschinenfabrik Oerlikon, oggi Alstom Svizzera. A causa dei lunghi tempi di latenza delle malattie asbesto-correlate, soltanto nel 2004 gli era stato diagnosticato un cancro della pleura e l’uomo è deceduto l'anno successivo, dopo aver intentato un processo all'ex datore di lavoro. Nel 2010, confermando un verdetto del Canton Argovia, il Tribunale federale aveva ritenuto che la SUVA non avesse responsabilità perché la domanda doveva essere inoltrata al più tardi nel 1988, cioè entro 10 anni dalla cessazione del rapporto di lavoro.

Un’esigenza impossibile che, secondo la Corte Europea, ha privato vedova e figlie del diritto ad un processo equo. Secondo Erni invece il diritto è stato rispettato, perché il lavoratori e i suoi famigliari avrebbero avuto un libero accesso alla via giudiziaria.

La strada del ricorso è aperta.